Chiang Rai, tra tempio bianco e donne giraffa

Nonostante i nomi simili, Chiang Mai e Chiang Rai, due grandi città del nord della Thailandia, sono molto diverse tra di loro. Sorprendentemente e contro la tendenza, mi è piaciuta di più Chiang Rai.

Certo, è una delle solite città ipertrafficate del sud-est asiatico e molte sue parti scarseggiano di fascino, ma ci sono alcuni angolini davvero tranquilli e pittoreschi, per non parlare della bellissima zona in cui la città è situata.

Cosa vedere a Chiang Rai

La città è meglio conosciuta per il Tempio Bianco, in lingua Thai Wat Rong Khun, un’opera molto recente (aperta ai visitatori nel 1997) e decisamente anticonvenzionale. La struttura attuale sorge al posto delle rovine del tempio originale ed è stata progettata e finanziata da un eccentrico artista Thai, che ha inserito elementi molto particolari nella sua creazione.

Anna circondata dal candore 🙂

Il tempio è realizzato completamente in gesso bianco e specchietti, che catturano la luce del sole e la riflettono, rendendo questo tempio il più luminoso e brillante che io abbia mai visto. Vi si accede passando sopra un ponte preceduto da centinaia di mani che spuntano dal terreno, in un’immagine che ricorda una sorta di inferno dantesco. Sotto al ponte c’è un laghetto pieno di pesci, alcuni dei quali lunghi anche più di un metro!

L’interno del ubosot, l’edificio principale, è un trionfo di colori: fiamme rosse, gialle e arancioni sono dipinte sui muri e cosparse di figure che davvero non hanno nulla a che vedere con un tempio:  cosa c’entrano Harry Potter, Spiderman, Kung Fu Panda, navicelle spaziali ed attacchi terroristici (tra cui l’11 settembre 2001) con un tempio buddhista?

Anche il giardino esterno è una bellezza, un regno di piante, fiori e lucenti tempietti bianchi; per non parlare del bellissimo edificio dorato con mosaici all’interno che ad un esame accurato si rivela essere un bagno pubblico!

Il famoso Tempio bianco si trova a circa 15 minuti di macchina dal centro e ci si può arrivare in moto, taxi, tuk tuk o con i bus pubblici che partono dal terminal 1.  Comunque non è questa l’unica attrazione della città, in centro infatti ci sono tantissimi templi che si possono visitare comodamente a piedi. Il mio preferito è Wat Phra Kew, con il suo bel giardino rilassante, il museo situato in un meraviglioso edificio in legno ed il buddha di smeraldo. Un altro tempio molto bello  è Wat Phra Sing.

Da non perdere anche il mercatino notturno, dove si può mangiare cibo tipico e fare shopping a prezzi più convenienti rispetto a Bagnkok e Chiang Mai, per non parlare del turistico sud!

Inoltre abbiamo avuto la fortuna di capitare in città durante il Festival dei fiori e abbiamo potuto ammirare il parco cittadino decorato con una miriade di bellissimi e giganti fiori colorati.

Dintorni

Ma il punto forte di Chiang Rai è forse la zona in cui si trova, una bellissima regione collinosa e montagnosa ricoperta di vegetazione e risaie. Vale la pena noleggiare una moto ed andare a perdersi in campagna, magari alla ricerca di una delle tante cascate.

Molti turisti si recano a visitare il triangolo d’oro, un territorio di confine tra Thailandia, Laos e Birmania famoso per la produzione dell’oppio. Noi abbiamo deciso di evitarlo perchè non ci andava di passare ore in moto per arrivarci e abbiamo preferito evitare i soliti tour turistici. Questi tour spesso includono anche una fermata in un villaggio di donne Kayan, le famose “donne giraffa”, celebri per i pesanti anelli che si mettono al collo fin da piccole.

Le famose donne giraffa: sfruttamento o no?

I pareri su questi tour sono contrastanti e decidere se andarci o meno è una scelta abbastanza difficile e tormentata, perchè, come potrete leggere facendo una rapida ricerca su Google, a detta di molti questi villaggi sono solo l’ennesima forma di sfruttamento a favore del turismo di massa. Così come molti parlano di sfruttamento, altri sostengono che la vita delle donne Kayan non sia poi così male: possono guadagnare bene e facilmente grazie al turismo, senza dover ricorrere a lavori più faticosi e/o umilianti, e se volessero farlo per vivere una vita diversa potrebbero comunque andarsene dai villaggi (a condizione di togliersi gli anelli dal collo, mi pare di aver letto).

Ora, di materiale da leggere ce n’è tanto e farsi un’opinione non è facile, così sono finita per andare alla ricerca di uno di questi villaggi per vedere con i miei occhi (ovviamente senza tour organizzato), devo ammettere con un po’ di imbarazzo e timidezza dovuti alle storie sugli “zoo umani” che avevo letto prima di andarci.

Credo di aver avuto la fortuna di finire in un villaggio non particolarmente turistico, perlomeno non mi è sembrato affollato come mi sarei aspettata. Il villaggio è costituito principalmente da capanne, davanti alle quali le donne Kayan vendono alcuni dei soliti souvenir che si possono trovare in tutta la Thailandia e alcune sciarpe fatte da loro (a dimostrazione di ciò, alcune di loro tessono davanti alle casette).

Villaggio nella foresta

Dani ed io, dopo il primo giro di perlustrazione, abbiamo deciso di sederci su alcune panchine di legno nel centro del villaggio per osservare gli avvenimenti: ogni tanto passava qualche turista o qualche gruppo e, sì, è vero, ci sono davvero i caproni che vanno lì a fotografare le donne spudoratamente, spesso senza chiedere il permesso. Sì, il turismo di massa fa schifo, concordo, e sì, i sorrisi erano  tirati. Ma quando qualcuno chiedeva loro gentilmente se fosse possibile fare una foto, ecco che spuntavano sorrisi più rilassati e meno rigidi.

Nei molti minuti che abbiamo passato lì da soli tra le donne “giraffa”, senza che passasse un singolo turista (come detto, forse abbiamo solo avuto fortuna nel trovare un villaggio non troppo frequentato), abbiamo potuto vederle parlottare, ridere e scherzare tra di loro, circondate da chiassosi bambini che correvano da una capanna all’altra e ogni tanto venivano richiamati dalle madri. Non mi sono sembrate infelici e quando incrociavo i loro sguardi mi sorridevano gentilmente.

Forse non è il turismo in sè che deve essere demonizzato, ma il comportamento incivile di certi turisti, che infrangono le semplici regole di rispetto reciproco tra esseri umani. Non so se si può parlare di vero e proprio sfruttamento in questo caso, chi può farlo se non le signore in questione, ma queste donne con i pesanti anelli al collo ed il portamento fiero non mi sono sembrate più infelici o sfruttate di molte persone che vivono nel nostro bel mondo occidentale e “civilizzato”, stressate da capi insopportabili ed orari di lavoro fissi e limitanti.

È  stato piacevole condividere con loro la pace del villaggio e della foresta per qualche ora e credo che, in fondo, per loro fare le foto con i turisti sia un lavoro come un altro, anzi, forse un lavoro migliore di quelli che sono costrette a fare molte altre persone che vivono nel sud-est asiatico. Avendo visitato solo un villaggio il mio parere è limitato a ciò che ho visto, ma posso concludere affermando che non credo sia sbagliato andare a visitare questi villaggi, quanto comportarsi da incivili una volta che si è lì.

Con questo chiudo il mio articolo su Chiang Mai e sono curiosa di leggere i vostri commenti sul tema donne dal collo lungo 🙂

 

Per rispetto non ho inserito foto delle donne Kayan, anche quelle le potete trovare facilmente su Google 🙂

 

 

 

 

 

 

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Ho una strana visione del mondo. Non cerco un posto fisso. Credo che viaggiare costi meno che stare a casa. Amo la natura, faccio fatica a stare in cittá. Mi piace vivere con semplicitá. Ho fatto molti viaggi intorno al mondo, il piú lungo (per ora) é durato 15 mesi e ha dato vita a questo blog. Non mi piace andare in vacanza, preferisco viaggiare 🙂

4 pensieri su “Chiang Rai, tra tempio bianco e donne giraffa”

  1. Ciao Anna!
    Mi chiamo Francesca e ho 16 anni.
    Ho trovato il tuo blog in modo del tutto casuale e sono contentissima di averlo trovato, leggo tutti i tuoi post!
    Ci tengo a dirti che per me sei davvero un’ispirazione, grazie per tutti i consigli!

  2. questi sono i famosi dubbi amletici del turista responsabile!

    Hai mai letto di Duccio Canestrini “Andare a quel paese”§§? credo che ti piacerebbe

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